L’Ultimo ballo

Un breve racconto su Milano-San Martino gara2 scritto da Manuel Beck

Quando, a pochi secondi dalla fine, è stato chiaro che San Martino aveva vinto, sul volto di Giulia Pegoraro, che stava palleggiando, è apparso quell’attimo. Lo stesso che avevamo visto, ad esempio, su Francesca Schiavone subito dopo il punto decisivo al Roland Garros del 2010. O su Marianne Vos, la grandissima ciclista, mentre tagliava per prima il traguardo olimpico di Londra 2012, dopo essere arrivata seconda per 5 Mondiali consecutivi.
È il momento della felicità suprema. L’istante in cui realizzi di aver raggiunto il tuo massimo obiettivo, e senti sciogliersi ogni tensione, ogni fatica e ogni paura di fallire che ti hanno attraversato fin lì. Non solo durante la gara, ma per tutti gli anni in cui hai lavorato per arrivarci.
Poi finisce. Sì, l’euforia rimane, per qualche ora, giorno o mese; ma nel frattempo subentra la razionalità e ti rendi conto che i grandi problemi dell’umanità non sono stati risolti dalla tua vittoria, e magari neanche i tuoi, fuori dal campo. Si torna alla realtà, è normale.
Ma tutto vale la pena per quel singolo istante di felicità. È una sensazione che accomuna, credo, tutti gli atleti, da quelli olimpici a quelli di buon livello che vincono un’A2 di basket, fino a quelli dei piani più bassi. Forse però le donne danno veramente tutte se stesse per raggiungere un obiettivo, e quindi quella sensazione sanno esprimerla in modo più intenso. Anche per questo è bello seguire lo sport femminile. Almeno per chi si scalda poco per le gesta di belluino atletismo virile, e s’emoziona invece molto per persone che lottano al massimo delle loro possibilità, vivendo la felicità o il dolore a seconda di come va a finire.
E difficilmente si sarebbero potuti vedere espressi questi sentimenti estremi come il 1° maggio, ore 19.40 circa al PalaGiordani, periferia nord-est di Milano. In una metà campo, le giocatrici di San Martino tra esultanza e lacrime di gioia. Stoppa viene issata a tagliare la retina: lei, la capitana, ragazza del paese come varie altre di una squadra che, l’abbiamo visto nei giorni successivi, ha fatto impazzire una cittadinanza.
In gara-2 i loro tifosi avrebbero potuto riempire il palazzetto intero: gli è stato chiesto di limitare le presenze. Se la sono un po’ presa, a quanto s’intuisce dal loro sito, dove han scritto, in sostanza, “noi abbiamo ospitato entrambi i pullman portati da Milano all’andata, e mo’ loro non ci danno più di 50 posti”.
Eh sì, ma ignorano, forse, che Milano, negli impianti sportivi al coperto, è al livello del Burkina Faso, perché solo nell’Africa più malmessa (ma forse neanche lì) esiste un comune da 1 milione e 400 mila abitanti senza un impianto con parquet dalla capienza superiore ai 300 posti. Trecento, non tremila.
Quest’occasione l’ha messo a nudo con imbarazzante evidenza. Perché il Palalido (dove il Sanga si recò nella gloriosa serata del 23 maggio 2009, quando fu promosso in A2) è in ricostruzione, e non passa settimana che non si oda di ritardi nei lavori, altra specialità milanese. Nel tempo in cui qui si fa una fermata nuova della metropolitana, a Parigi o Londra fanno una linea intera.
E in tutto il territorio cittadino non c’era un posto più grande del PalaGiordani dove si potesse andare. Ci saranno state 400 persone, forse 500, a vedere gara-2, stipati come sardelle in tribuna e in parte delocalizzate a bordo campo; ma potevano essere di più se molta gente non avesse rinunciato per disperazione di trovare un posto (e ovviamente se la partita avesse potuto assegnare la promozione a Milano, cosa che invece non era). Quaranta minuti prima dell’inizio era già pieno. Bellissimo, ma anche terzomondiale, perché il PalaGiordani non è un “pala” ma una palestra.
Da vergognarsi. La nuova realtà emergente cittadina, il Basket Femminile Milano, potrebbe essere promossa domenica in B, con papà Contestabile come presidente e Giadiletta Fiumi Buono giocatrice, meglio nota come Yadiletsy Rios Bueno, l’ex nazionale cubana che trascinò il Geas in A1. Ebbene, hanno casa in una palestra dove una decina d’anni fa giocavo pure io; e c’era un compagno di squadra che veniva da Padova o dintorni e la prima volta mi fa: “Ma cos’è ‘sto cesso?”. E io: “Be’, veramente è uno dei migliori impianti della città…”.
Questa è Milano. Altro che l’Expo 2015, la Fashion City e compagnia. Negli ultimi 10 anni hanno costruito una selva di condomini e grattacieli sugli spazi industriali dismessi. Ma nessuno che abbia voluto costruire una palestra con spalti. L’unica che conosco, che sia stata creata di recente, non ha gli spalti. Chi fa sport a Milano è spesso una via di mezzo tra l’eroe e il masochista.


E comunque. Dopo la sirena, la gente di San Martino girellava per il campo sventolando enormi lettere “A” colorate di giallo e nero, abbracciava giocatrici e scattava foto a mo’ di turisti giapponesi. È una bella storia questa delle Lupe, che con un gruppo di ragazze tutte venete (tranne Aleotti e Jagodic), e alcune, come detto, proprio del paese, senza talenti straordinari (l’ha ammesso anche Stoppa ai microfoni di RaiSport durante la finale scudetto) ma tanta applicazione e durezza, stile triveneto, hanno fatto un campionato della madonna. Uniche a battere Venezia, da cui hanno perso solo al supplementare nel ritorno.
Del resto anche Milano aveva quasi vinto entrambe le volte con la Reyer (con infortunio a Frantini all’andata e a Stabile al ritorno), e dunque era giusta questa finale. Così come è giusto l’esito. Nella stagione e in questa serie, San Martino ha fatto un pizzico di più: non tanto di più, ma quel centimetro che basta a vincere. D’altra parte ha fatto 6-0 nei playoff contro il 4-4 di Milano: ineccepibile il verdetto, per quanto sofferto sia stato il 2-0 in finale.
Ammetto di non aver pronosticato, a inizio stagione, San Martino tra le favorite. Ma a volte in A2 tendi a sopravvalutare la sommatoria dei nomi delle singole e a sottovalutare la possibilità o meno di allenarsi forte, nonché l’alchimia più o meno riuscita di un gruppo (che del resto difficilmente puoi conoscere a bocce ferme). Se n’erano andate le Dotto, due talenti cristallini, anche se in effetti Granzotto e Aleotti non erano affatto male come rimpiazzi. 
Aleotti ha fatto un’ottima gara-2: incisiva nel break iniziale, fondamentale nell’ultimo quarto con un contropiede più fallo subìto, che ha riportato San Martino a –1. Poi Abignente è uno dei migliori coach della categoria. Sandri uno dei migliori pivot, Sbrissa come cambio un lusso. Ma era più difficile sapere che Lea Jagodic, la giovane slovena, si sarebbe rivelata il pezzo perfetto in quell’ingranaggio: meno forte e con meno mestiere della pari-ruolo Zanon, chiaro, ma più fresca e con mano forse più morbida; in ogni caso una killer silenziosa e concretissima. In gara-1 17 punti e 18 rimbalzi, in gara-2 16+7 con il canestro della staffa, per il 55-62 a 1’20” dalla fine. Anche lei è stata immortalata in lacrime.


Aldo Giordani, che m’immagino incapsulato da qualche parte nella targa che gli dedica la palestra, avrà osservato la festa con sguardo benevolo, lui che simboleggia l’epoca in cui non c’era questo stolto muro di Berlino tra il maschile e il femminile, visto che prima d’essere il guru del giornalismo di basket vinse uno scudetto donne allenando la moglie nella squadra di Roma.
Così come il “Jordan” avrà spiritualmente applaudito e confortato le ragazze di Milano, che hanno onorato il basket nella sua palestra.
Una crudeltà dello sport è che il tempo separa progressivamente i vincitori dagli sconfitti. Ovvio, anche sul momento c’è un abisso tra l’esultanza dei primi e la frustrazione dei secondi. Però, nell’immediato, sono accomunati dall’onore con cui hanno combattuto. Gli applausi maggiori vanno a chi trionfa, ma ce n’è anche per chi ha perso, a meno che non abbia fatto proprio cagare.
Inoltre l’adrenalina della partita, anche quando è andata male, ti lascia un fondo di euforia che anestetizza almeno in parte il dolore. Che ti viene fuori solo dopo, in tutta la sua forza devastante.
Ma il tempo aumenta il divario, dicevo. Perché più passa, più condanna all’oblio gli sconfitti, risparmiando solo i vincitori. Geas e Crema, nel 2008, diedero entrambe vita a una finale meravigliosa. Solo d’un soffio il Geas fu meglio. Ma con la vittoria si prese tutti gli onori, e ora, 5 anni dopo, ci si ricorda delle eroine in bianco-rosso-nero e ben poco di quelle in biancoblù che persero gara-3 di 4 punti appena.
No, questa squadra di Milano non merita l’oblio. A maggior ragione se questo è stato l’ultimo ballo insieme.


Anche dall’altra parte del campo, ora, si mescolavano pianti e sorrisi. C’era almeno la consolazione (magra o grassoccia che sia) di aver dato tutto e di ricevere applausi convinti dal popolo. La scena era per Silvia Gottardi, che al suono della sirena, in lacrime, mostrava un panno arancione con la scritta “Grazie” e sotto una I, un cuore e una palla da basket. Cioè la sua ultima dichiarazione d’amore per il gioco. A noi in realtà qualche spiraglio di ripensamento l’ha lasciato. E però da ogni altra parte (Gazzetta, Giorno eccetera) si dà per sicuro che smetta. Si vede che con noi scherzava per risparmiarci una crisi depressiva.
Quando si dice, a scopo motivazionale, “cerca di giocare ogni partita come se fosse l’ultima”… be’, lei lo ha interpretato, in questi playoff. 15 punti di media, lampi di grande classe, come se stesse attingendo fin dal fondo del suo serbatoio, sapendo che non ci sarebbero stati altri chilometri da percorrere.
In realtà stava già giocando molto bene nel finale di stagione regolare. Meglio dello scorso anno, quando non recuperò mai davvero la condizione dopo il viaggio in Africa. Però non pensavo che sarebbe riuscita a fare due grandi partite così, contro San Martino, a distanza di 4 giorni. Invece, dopo i 19 punti in gara-1 (con 8/11) eccone 16 in gara-2 con uno sprazzo meraviglioso nel 2° quarto, in contropiede, in entrata, dalla media, con quel suo stile unico che interpreta (non riesco ancora a dire “interpretava”, al passato) azioni maschili con grazia femminile, tipo lo slalom intorno alla lunetta con triplo cambio di direzione, arresto e tiro sopra le braccia avversarie; o il tiro cadendo fuori dal campo dopo l’arresto al limite dell’area.
Penso che a volte l’”appariscenza” di Gottardi, quella che magari l’aiuterà in una carriera da personaggio extra-basket, come sembra possibile, non l’abbia fatta pienamente apprezzare per la sostanza e la serietà che ha sempre messo nel suo gioco. Sostanza perché, se pure non è mai stata una mastina in difesa (almeno in questi suoi ultimi anni) e non si può negare qualche deragliamento individualistico, quando vai a vedere le sue voci “rimbalzi”, “recuperi”, “falli subiti”, in tutta la carriera ma anche oggi che ha 35 anni e svariati acciacchi, ti accorgi di quanto sia consistente il suo basket, non soltanto in fase realizzativa.
Serietà perché, nonostante le piaccia fare la brillante, avendone i mezzi (in quella pubblicità dell’And1, una decina d’anni fa, non era venuta male, a proposito; e probabilmente molti l’hanno conosciuta per quello, nonostante all’epoca fosse una delle migliori giocatrici italiane), quello che dice non è mai banale, la passione e la voglia di vincere e di giocare bene le sono rimaste intatte fino all’ultimo e non si sono mai fatte annacquare dalle distrazioni extrabasket, che ne hanno condizionato sì il rendimento, ma non più di qualsiasi altra donna che oltre a giocare deve lavorare.
Ma ecco la risposta del pubblico alla scritta di Gottardi: ovazione in piedi, poi gli ultras tirano fuori uno striscione in cui le chiedono un altro anno in campo, scendono in campo ad abbracciarla e cantano in coro “C’è solo un capitano”. Curioso: fino a dicembre costoro sapevano a malapena dell’esistenza del Sanga, ora sembra che la loro vita sia una festa se Gottardi rimane e una tristezza se Gottardi smette. Si sono sbattuti come matti, tra trasferte, coreografie e martellante sottofondo sonoro. Ma nel femminile è così: arrivi spesso per caso ma ti affezioni in fretta. Poi, magari, altrettanto per caso un giorno te ne devi andare, e sparisci dall’oggi al domani.

Uno dei fascini del femminile, ma ovviamente anche una sua debolezza, è proprio il caso, che regna molto più che nel maschile. Non sai mai cosa può succedere. Dal meglio nasce il peggio (una promozione può essere la tua morte), ma anche viceversa. Se la sorte non avesse azzoppato l’A1, necessitando il raddoppio delle promozioni dall’A2, sarebbe salita Venezia, probabilmente in finale su San Martino, e Milano avrebbe più anonimamente perso in semifinale. Oppure Milano finalista e San Martino fuori prima. Ma in ogni caso, senza quelle disgrazie e quei rimestamenti di formule, non avremmo avuto nulla di questo fiume di sentimenti vissuto il 1° maggio.
E poi il caso è anche quello che – almeno in parte – ha messo insieme il Sanga di quest’anno, premiando la tenacia di Franz Pinotti nel resistere alle buriane economiche della tragica estate 2012. Ne è uscito, per puro miracolo, con una squadra più forte dell’anno scorso, la quale costava almeno il doppio (per quanto possiamo saperne dei conti).
Il caso, davvero: crolla il mercato, Frantini non trova l’accordo con alcune lombarde di A2 che l’avevano cercata, Gottardi e Stabile resterebbero comunque per lavoro, il Geas s’autoretrocede, 
Manuela Zanonsta per ritirarsi perché di offerte buone dall’A1 non arrivano e l’A3 con Sesto non la vuol fare. Ma le amiche in squadra al Sanga la tentano, e alla fine lei si decide e diventa il super-acquisto in extremis, quello che ti cambia la stagione.
Zanon: il catalizzatore, cioè quello che aggiunto a un materiale buono ma insufficiente crea una reazione chimica che produce qualcosa di esplosivo. Dove sarebbe arrivato il Sanga senza di lei? Avrebbe fatto (credo) i playoff in fascia bassa, vincendo quando le esterne fossero state in giornata e le lunghe avessero dato una mano, ma avrebbe perso tante volte per mancanza di solidità. Con lei, era una squadra da promozione. Chiunque ha assistito ai playoff (dove, a parte le prime 2 partite contro Broni, ha dominato in lungo e in largo), se già non l’avesse capito prima, ha visto quanto conti avere Zanon.
I 20 punti con 17 rimbalzi in gara-2 di finale, spesso lottando da sola contro due o tre avversarie addosso, riaprendo la partita nel primo e nel terzo quarto e rischiando di chiuderla nell’ultimo (prima di fondere nel finale) sono solo la produzione più evidente. Ma una statistica che non ci sarà mai è quella sui tiri che Zanon fa sbagliare alla squadra avversaria. Ogni partita ci sono almeno 4-5 errori altrui sotto canestro che si devono esclusivamente alle sue chiusure magistrali. Vuol dire 8-10 punti.
È vero che lei quest’anno ha avuto parecchi problemi di falli, ma quelli che evita di commettere pur andando tostissima a contrastare sono il doppio. Poi, l’ancata sapiente per sbilanciare l’avversaria, il tocco a rimbalzo per addomesticare la palla in due tempi, il blocco al granito per la compagna, magari aggiustato in extremis senza farsi beccare dall’arbitro, sono ferri meno appariscenti ma altrettanto importanti di un mestiere che ha reso il commento “figa, ma Zanon è illegale per l’A2” quello più frequentemente udito in tribuna quest’anno [va pronunciato “figa” con l’inflessione milanese, in cui la “i” è quasi una “e” stretta].
E ora Zanon, con la sua consueta espressione a metà tra il calmo e lo scornato quando perde, stava salutando qualche sorella che s’affacciava dalla tribuna, con la sua voce “soft”, cioè sorprendentemente vellutata rispetto al suo fisico massiccio da degna figlia di Lorenzo, il pugile da Novedrate che seppe resistere 6 riprese prima di andare al tappeto, ma con onore, contro un Larry Holmes all’apice, in palio il titolo mondiale dei pesi massimi WBC. Era il 3 febbraio 1980 a Las Vegas: Manuela era nata meno di un mese prima e per nostra fortuna avrebbe avuto più voglia di menar le mani sotto canestro che sul ring.

Susanna Stabile stazionava invece, nel dopopartita, intorno alla panchina del Sanga, con la sua aria stravolta di quando ha tirato la carretta per 40 minuti, cioè quasi sempre quest’anno (se non erano 40, erano 38… ma a volte 50, come in gara-1 a San Martino). S’arrossa parecchio in faccia, la siciliana bionda trapiantata al Nord, quando ha finito di giocare. Diceva di aver dato tutto, ma è falso: ha dato di più. Non è stata la sua miglior partita, gara-2: 2 punti, 1 su 10 al tiro e in regia ha fatto il suo ma senza guizzi particolari. A San Martino però era stata grande.
In questi due anni mi è sempre parso che le veterane del Sanga prendessero ogni sconfitta come un affronto personale, forse pagandolo poi in termini di eccessiva tensione, ma dimostrando quanto ci tenessero; e lei è stata tra quelle che maggiormente mi ha dato quest’impressione.
Non so esattamente perché, non so se abbia passato più notti insonni delle altre dopo le sconfitte; ma so che mi ha fatto capire cosa fosse, realmente, il Sanga di quest’anno quando, nel dopo-partita di gara-3 con Broni, un mercoledì, spiegava che il mattino dopo doveva svegliarsi alle 6.30 per andare a scuola, dove insegna. Perché non è che al lavoro puoi dire “Eh, ieri ho vinto una serie di playoff, quindi mi piglio 2 giorni di permesso-premio”. Come lei anche altre compagne, quelle più blasonate. Va bene che sono femmine alfa, e quindi sanno sopportare più sforzi delle donne qualunque; però è dura essere sempre al 100%.
Roba che, insieme a una certa ammirazione, ti fa venire anche voglia d’incazzarti perché queste donne non sono uomini. Lo so, da un lato è meglio che siano donne, così le apprezziamo di più. Ma per loro, lo dico. Se fossero uomini, col medesimo livello di gioco, avrebbero guadagnato abbastanza da campare 50 anni, altro che doversi alzare alle 6.30 e lavorare tutto il santo giorno all’indomani di una gara-3 di playoff.
Quante volte ho sentito dire in giro, quest’anno, cose tipo “Eh, Milano ha preso i fenomeni, vuole andare in A1 a tutti i costi”. Ma quando mai. Milano si è ritrovata, per le circostanze che dicevo prima (e per bravura nel perseverare), con quattro giocatrici straordinarie ingaggiabili a prezzo modico perché lavorano in zona. Sono state professioniste, tre di loro per anni e anni e anche ai massimi livelli, ma adesso sono dopolavoriste, anche se di lusso. Non sto dicendo che giochino gratis; per Zanon un certo investimento è stato fatto. Ma altrove avrebbero chiesto molto di più.
Hanno lottato fino in fondo per vincere, perché il loro patto era di regalarsi una soddisfazione, forse l’ultima. Ma solo con salti mortali, carpiati e avvitati avrebbero potuto tornare a giocare realmente in A1. Così come solo con salti mortali, carpiati eccetera, il Sanga avrebbe trovato i mezzi e la struttura per fare il campionato.
Ciò non significa fare la volpe e l’uva, perché la sconfitta brucia lo stesso, però non è che si sia perso il treno per il paradiso. 5 anni fa, col Geas, c’erano timori in parte simili, però c’era un gruppo di giocatrici con l’età e le condizioni giuste per poter provare il grande salto. Per Annalisa Censini (presente in tribuna in questa gara-2) non fu possibile: lavorava full time. Le “Fab Four” del Sanga di quest’anno erano come quattro Censini, dal punto di vista degli impegni personali. Poi non metti mai limiti alla provvidenza, ma la realtà diceva quello. “Truth be told”, la verità sia detta.

In fondo ha ragione, dal suo punto di vista, Pegoraro. “Quelle di Milano sono la storia del basket, ma l’A1 l’hanno già fatta. Ora tocca a noi”, ha detto al microfono della ‘Sanga Tv’ su YouTube. Arrivando al palazzetto, un paio d’ore prima (mentre il cielo, dopo aver cambiato idea una dozzina di volte nell’arco della giornata, s’era deciso per il sole), avevo visto giungere nello stesso momento Martina Crippa e Veronica Schieppati, e ho pensato alla loro promozione di 5 anni fa col Geas, e a tutte le altre avventure di basket che hanno vissuto. Ma loro due hanno 24 e 23 anni: figurarsi quanta vita cestistica in più hanno alle spalle Zanon, Stabile e Gottardi, che giocavano in A1 già alla fine degli anni ’90, quando gente come Granzotto, Cattapan, Pegoraro, Jagodic, che le ha battute questo 1° maggio, andava alle elementari.
Era uno scontro generazionale; e simbolicamente, l’azione che ha segnato la vittoria delle giovani di San Martino è stata, in gara-1, una stoppata in contropiede di Valentina Stoppa (peraltro una delle più anziane delle Lupe, 28 anni) su Silvia Gottardi. Poteva essere il +8 per Milano a 4’ dalla fine, e se avesse segnato forse oggi staremmo parlando della promozione del Sanga.
Invece Stoppa è rinvenuta forte, e in quel momento, avrebbe scritto Enzo Biagi, “la vecchiaia ha raggiunto Gottardi in fondo ai 28 metri di San Martino”. Il totem del giornalismo italiano lo sentenziò nel 1948 su Gino Bartali ed era “in cima al Pordoi”, non su un campo da basket; ma era una solenne minchiata perché pochi mesi dopo il Ginettaccio Brontolone trionfò al Tour de France. E sarebbe stata una minchiata anche nel caso di Gottardi perché lei in gara-2, almeno per 35 minuti, era giovane e fresca come quando Pegoraro – ha raccontato lei – l’andava a vedere da bambina con la maglia di Venezia.

“Il giovane sorge quando il vecchio tramonta”, ha scritto Shakespeare; ma più che un tramonto m’è sembrata una resa sportiva dopo aver combattuto alla pari. Non è un tramonto se sfiori la vittoria in entrambe le partite. Se in gara-2 prendi 21 rimbalzi in attacco, battendo ripetutamente in reattività e voglia la pur fisicissima e determinatissima San Martino. Che ha rischiato di perdere col 62% da 2 contro il 40% e il 30% da 3 contro lo… 0%, perché a causa di questa intensità del Sanga ha avuto 17 tiri dal campo in meno, proprio lei che della quantità di possessi fa uno dei suoi punti di forza. Milano non ha nemmeno sofferto, se non sporadicamente, il famigerato pressing luparense. Nonostante la temperatura nello stipato PalaGiordani fosse pericolosamente salita (c’erano esperti che strologavano: sotto i 20 gradi all’esterno vince il Sanga, sopra vince San Martino).
Queste vegliarde sono di acciaio dentro, ma anche fuori. Ok, ci sono stati mille guai e guaietti fisici, durante l’annata. Però vai a vedere le presenze stagionali di Zanon, Gottardi, Stabile e Frantini, età media 32 anni e tre quarti: non hanno saltato neanche una partita, su 34 disputate dal Sanga!
In gara-2 mi sembravano sulle ginocchia già nel primo quarto, quando sono andate a –9. Poi nel terzo, ancora –9, sulle ginocchia e con la lingua per terra. E invece ne avevano ancora, come se avessero estratto da qualche parte un polmone di riserva. Approfittando, magari, anche del fatto che San Martino ha sentito la tensione del traguardo vicino, e ha commesso qualche errore di troppo, anche in difesa.
Io non so se quella paralisi offensiva, 3 punti in 7 minuti, che ha condannato il Sanga nel finale di gara-2, sia stata solo cottura avanzata. Sì, è la spiegazione più probabile. L’età media del quintetto, la panchina corta che ha costretto a spremersi oltremisura già in stagione regolare, e poi le 8 partite di playoff affastellate in un’incredibile apnea fisica e mentale di 28 giorni.
Se non avessero sciupato occasioni a Broni e a Crema, risparmiandosi quindi 2 partite extra, le milanesi sarebbero arrivate fino in fondo con San Martino?

Non lo sapremo mai. È vero che certi errori da sotto, la serie di infrazioni di passi nell’ultimo minuto e mezzo, e prima i ritardi nelle chiusure a zona sui 3 canestri decisivi di San Martino (Stoppa dai 6 metri in angolo sinistro, Sandri dai 4 metri stesso lato, Jagodic da centro area), sono tutti indizi di bollitura.
E però c’è anche una sorta di maledizione delle volate finali. Lo pensavo vedendo Susanna Padovani, anche lei lì rimasta a lungo intorno alla panchina, nel dopo-gara2. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, la vice di Pinotti, come forse tante altre volte dopo le brucianti sconfitte della pur grande Milano degli anni ’80, che lei visse in campo. Tant’è che per andare a cogliere il massimo alloro della sua carriera dovette trasferirsi a Priolo e battere proprio Milano nella finale scudetto 1989. Milano che poi retrocesse nel ’92 e non tornò mai più in A1, anzi cedette i diritti nel ’93 e da allora fu il buio.
Anche in questa Milano attuale c’è una storia di sconfitte casalinghe in volata che l’hanno fermata a un passo dai traguardi. Per fortuna fanno eccezione la vittoria in finale di B1 del 2009 e la salvezza ai playout del 2011, entrambe ottenute in casa e nell’ultimo minuto. Tre anni fa, però, l’inopinatissimo k.o. con Alghero nel primo turno di playoff (ma c’erano solo Gottardi e Pastorino delle attuali, quindi consideriamolo solo in parte). Poi l’anno scorso quello con Muggia all’ultima di andata, che costò una “final four” di Coppa Italia già in tasca (Coppa sfumata pure quest’anno per un soffio: sconfitta interna all’ultimo tiro con Cremona); e quello in gara-3 di playoff, sempre con Muggia, sempre in volata.
Quest’anno, su 10 sconfitte stagionali, il Sanga ne ha subite 9 in partite punto a punto, contro solo 4 vittorie di stretta misura. Non penso che si tratti sempre e solo di stanchezza. L’ha ammesso anche il d.s. Bianchetto in uno dei suoi comunicati stampa: “a questa squadra manca il killer instinct”. Anche i grandi hanno un tallone d’Achille. Valentino Rossi, nei suoi anni migliori, era un motociclista quasi perfetto, ma aveva il neo delle partenze. Le venerabili del Sanga sono giocatrici quasi perfette, ma forse (ripeto forse) hanno il neo dei finali.

Alessandra Calastri era appoggiata alla balaustra della tribuna, salutando un’amica del pubblico. Dispiaciuta per quel paio di errori da sotto che hanno frenato Milano sul +4 nell’ultimo quarto. Ne aveva commesso qualcuno anche in precedenza, dopo aver iniziato con un paio di bei canestri nel 2° quarto. Purtroppo quelli sono gli errori che scatenano la bestemmia facile, perché tu vedi una alta e grossa, che va su bene, tutta sola, e pregusti già i 2 punti. Ma nel femminile non si schiaccia, e nessun canestro è mai scontato.
Purtroppo, a proposito di talloni d’Achille, “Cala” ha sempre avuto quello degli errori apparentemente inspiegabili da sotto. Anche Pastorino, per la verità, soffre di questa patologia, piuttosto comune nelle nostre lunghe che ogni tanto faticano a coordinare il loro corpo. Il fatto è che Calastri, più di altre, dà l’idea di poter essere dominante. È la sua maledizione, perché quello che fa sembra sempre, o quasi sempre, insufficiente rispetto a quello che potrebbe fare. Perché lei non è tutte le volte come in gara-3 con Broni, quando ha offerto una lezione di gioco in post alto, o come qualche altra volta che ha fatto la voce grossa in area come poche lunghe italiane?
Lo sa solo lei o forse nemmeno lei, ma non è giusto che si sia presa lei l’80% dei sacramenti del pubblico (e anche dei telecronisti Sanga). Ha sbagliato ma c’era. Contro le lunghe di San Martino, mica scarse, ha spadroneggiato a rimbalzo d’attacco imitando Zanon. Io preferisco Calastri quando sbaglia, ma è lì pronta e volitiva, rispetto a quando s’eclissa, accontentandosi di fare da gregariona alle blasonate compagne. Era la sua prima finale di A2, perché 5 anni fa non la giocò: Arnetoli le aveva spaccato il naso in gara-3 di semifinale, in cui lei tornò in campo dimostrandosi guerriera, ma dovette poi dare forfait perché il volto era ridotto peggio… di quello di Zanon (Lorenzo) dopo il trattamento-Holmes. Le auguriamo di tornarci, in finale. Lei ha l’età giusta per avere altre occasioni. Ancor più probabilmente ne avranno 
Alessandra Pastorino e Irene Lepri
, le più giovani tra le sette della rotazione del Sanga: un’annata di progressi per loro, di sicuro valgono più di quando hanno iniziato la stagione. Hanno imparato come ci si rende utili al fianco di compagne più blasonate, facendo ciò che serve. Mi spiace se mi soffermo poco su di loro, ma questa è una storia soprattutto di veterane.

Così come potrebbe ottenere altre occasioni Michela Frantini. Nel dopopartita, seduta in panchina a parlare con qualcuno, aveva la sua solita aria imperscrutabile. Poche persone, come lei, sanno mascherare le proprie sensazioni reali dietro un’apparenza d’imperturbabilità. Persino nel suo giorno di massima gloria, nel 2008, quando segnò la tripla più importante in gara-3 di Geas-Crema, era impossibile vederla esultare sopra le righe (così come l’incazzatura, in lei, anche quando è forte, non è mai plateale). Quel canestro sarà sempre l’immagine della sua carriera, un’immagine vittoriosa. Però in questa serie finale è soprattutto lei a essere mancata. Puoi gettare la croce addosso a Calastri per quegli errori banali, ma ripeto, Calastri c’era, in gara-2. Frantini no. Era inspiegabilmente assente, come svuotata. Con pochi palloni, poche iniziative e quelle poche riuscite male. Dopo 4 punti nei primi 7 minuti non ha più segnato, finendo con 2/8.
Veniva dai 6 punti con 2/15 al tiro in gara-1, e avrei scommesso la casa che stavolta avrebbe fatto una grande partita. Come in gara-3 contro Crema dopo aver steccato gara-2. Lì aveva risposto attaccando il canestro fin dal primo pallone, prendendosi ogni tiro prendibile e finendo con 24 punti. Tant’è che Flavio Suardi della Gazzetta, il quale ha visto solo quella partita, l’ha definita “attaccante di razza” nel suo bilancio stagionale, sulla “rosea” del 3 maggio. Verità. Ma se la miglior realizzatrice della squadra (peraltro ora superata in extremis da Zanon: 13,1 contro 13,0 di media dopo che Frantini era stata davanti tutto l’anno) segna 10 punti in 2 partite di finale con 4/23 dal campo, è chiaro che è un problema. Milano ha collezionato un fatale 1/23 da 3 in quelle due gare: molto è dipeso dall’eclissarsi della sua bocca da fuoco principale.
La difesa dura di San Martino è certamente una spiegazione. Triple con spazio non ne concede, e Frantini non è una specialista dell’1 contro 1. Al tempo stesso la squadra non è parsa lavorare granché per costruirle dei tiri buoni. Però è anche vero che in gara-2 non ha aiutato le compagne ad aiutarla: sembrava impacciata anche nel palleggio e nello smistaggio-palla.
Forse più di tutte è stata lei a pagare il conto della stanchezza stagionale. Perché nei primi mesi, quando Gottardi era in ritardo di condizione dopo il viaggio in Asia, e Zanon stava prendendo le misure all’A2, era Frantini a trascinare la truppa, con cifre sbalorditive tra media punti, percentuali al tiro, recuperi e pure assist. Faccio fatica a ricordare una prestazione migliore dei suoi 33 punti in 26 minuti contro Broni all’andata. Un allenatore avversario, che sentii in quel suo periodo di grazia, profetizzò: “Non potrà giocare così per tutto l’anno”. Mannaggia a lui. In effetti l’arlunese dalle spalle massicce già nel ritorno era calata (o semplicemente aveva lasciato spazio a qualche compagna in crescita); ma contro Broni e Crema aveva fatto 4 partite buone su 6, e quindi era imprevedibile il suo venir meno nella finale, se non nella misura in cui la difesa di San Martino era più consistente di quella delle due squadre lombarde. Anche perché, ti aspetti, una campionessa c’arriva con la volontà là dove non c’arriva più con lo smalto. Non è andata così, e forse non c’è un vero perché. Può succedere a tutti, stavolta è successo a lei.


Franz Pinotti era sereno. Non sempre lo è, dopo una sconfitta. D’altronde, approcciare un allenatore che ha appena perso, magari in modo bruciante, è sempre una delle situazioni più imprevedibili. Così capita qualche volta di trovare Franz con la mosca al naso. Non stavolta. Chi si figurava un Pinotti ferocemente proteso alla conquista dell’A1, sempre per la serie “Milano ha fatto lo squadrone perché vuol salire”, si figurava male.
Probabilmente il coach-patron del Sanga, durante la partita, avrebbe voluto, almeno per qualche attimo, estraniarsi dalla battaglia, sedersi in panca e godersi lo spettacolo delle tribune strapiene. Ma non poteva. Almeno per un attimo, però, avrà ripensato alla strada fatta da quando nel ’97 iniziò il primo corso di basket all’oratorio di San Gabriele Arcangelo e fu un fiasco galattico perché a parte le sue figlie se ne presentarono altre due. Oggi, a parte le svariate decine di tesserate del vivaio, ha la squadra senior numero 1 di Lombardia. Nel femminile, indubbiamente, è più facile scalare le categorie che nel maschile, e poi tale primato si deve all’inopinato liquefarsi della Comense; ma per arrivare a creare quel senso d’importanza intorno a un evento di basket donne a Milano, che era ciò che si respirava il 1° maggio al PalaGiordani, ci voleva una resistenza infinita, una capacità di seminare nel deserto e aspettare anni. E ciò a mio parere vale più di un risultato sportivo.
Ha perso la finale, Pinotti. Ma il suo campionato più importante l’ha giocato e vinto nell’estate 2012. L’estate nucleare del basket femminile lombardo. Quando le notizie più liete che t’arrivavano – uno strazio quotidiano – erano che la tal giocatrice aveva smesso o che la tal squadra tagliava il budget del 50%. Le più liete. Perché se no si trattava della vaporizzazione della Comense o del doppio salto indietro del Geas. Al torneo di Binzago, classico meeting generale di luglio, vedevi giocatrici con l’aria smarrita, senza squadra, con offerte pari alla metà scarsa dello scorso anno, come se il loro basket di colpo valesse poco o nulla. E il Franz che crebbe in Catalogna combatteva a mo’ di don Chisciotte, in quei mesi, con qualche polemica e tanti triboli, lasciato in mezze braghe dallo sponsor dell’anno scorso, costretto a smantellare un organico ambizioso che gli aveva dato più dolori che gioie.
Poi c’è stato il 
giorno della mongolfiera
. Quella mattina all’ippodromo del Trotto, di fianco allo stadio di San Siro. Adesso, a proposito della “grandeur” milanese, l’hanno chiuso, quell’ippodromo. Ma a inizio settembre era ancora aperto, e lì il Sanga ha fatto la sua prima presentazione stagionale salendo in un pallone allestito da uno sponsor. Il cielo era azzurro, non proprio terso perché a Milano il cielo è quello che è, ma insomma faceva caldo come in agosto, e salire in quella mongolfiera è stato come alzarsi sopra un’estate di merda con tutte le sue disgrazie, e sopra quel rumore di fondo, insopportabile e martellante, che ripeteva “siamo alla canna del gas”, “il movimento sta implodendo”, “gli altri sport femminili decollano, qui si cammina sulle macerie”, “nell’indifferenza generale, per la cronaca Taranto ha vinto lo scudetto”, eccetera. Era come se tutte quelle campane a morto fossero rimasto giù al suolo e noi invece si salisse su insieme al Sanga.
Da quel momento la ruota ha ripreso a girare dalla parte giusta. Poche settimane dopo è arrivata Zanon. Poi a Valmadrera l’inizio di una lunga cavalcata. Che se il 1° maggio fosse finita con la promozione, sarebbe stata una storia più bella. Ma anche così ha regalato molto. Ha regalato, soprattutto, la voglia di crederci ancora, che non tutto va di merda.

Alla stazione della metropolitana di Piola, c’è una formella dedicata all’ingegner Ercole Bottani, ideatore della metropolitana milanese, la prima in Italia. Hanno inciso una sua frase: “Certe cose si possono fare solo a Milano e perciò si devono fare”. Apparentemente pomposa, in realtà riflette lo spirito della Milano migliore. Orgoglio di appartenenza, ma soprattutto mettersi all’opera.

Pinotti è architetto e non ingegnere; ma penso che abbia applicato quello stesso spirito nel basket femminile, in questi anni. Ovviamente non è l’unico a essersi dato da fare, ma più di tutti ha cercato di pensare e agire su scala cittadina. A costo di farsi sfottere da qualcuno per i suoi slogan tipo “Milano siamo noi”, o le felpe stile Lapo Elkann con “Milano” scritto a caratteri cubitali; ma a volte bisogna essere un po’ visionari, a patto di sapere dove condurre la visione.

Milano è facile da denigrare, e infatti ci sono cascato pure io all’inizio di questo breve scritto. Chiaro, non succederà mai che si faccia un consiglio comunale straordinario, come a San Martino, per celebrare la promozione. Ma a Milano c’è una passione sotterranea per il basket (anche se mortificata da 17 anni senza vittorie nel maschile), che se c’è l’occasione giusta viene fuori. Nel 2009 al Palalido e il 1° maggio di quest’anno al PalaGiordani, per quanto possibile nel femminile, la Milano che ama il basket era lì.
È stato probabilmente l’ultimo ballo di qualcuna del Sanga, ma non l’ultimo ballo del Sanga. Magari prima o poi lo farà in A1. Non quest’anno. Ma gli ultras della “Gradinata Agitata”, che fuori dall’uscita degli spogliatoi, nel cortile del centro sportivo, aspettavano le ragazze per dedicar loro gli ultimi cori, erano contenti lo stesso. Si sono divertiti, a seguire queste tipe. Tutti noi, penso. Non ci credevo, prima del giorno della mongolfiera.

Gara Uno solo dopo 2 T.S.

Dopo una battaglia durata cinquanta minuti, la Lops Arredi cede le armi con il

riconoscimento dell’onore a San Martino di Lupari. Una partita tiratissima, una degna

finale, con tanti errori dettati dal nervosismo e dall’importanza della posta in palio.

Si parte e le padrone di casa provano subito ad irretire Stabile e c. con la solita difesa

asfissiante ma si capisce ben presto che le cose non andranno come nell’ultimo scontro

della stagione regolare. Milano arriva fino al 5-8 poi le “lupe” sorpassano e chiudono

avanti 13-10 il primo parziale. Anche nella seconda decina il canovaccio non cambia e il

distacco rimane invariato all’intervallo: 25-22.

Al rientro in campo la Fila tenta l’allungo (33-24 al 22°) ma il Sanga non molla e, con

sette punti consecutivi di Stabile (foto) chiude avanti il quarto: 39-40.

Il quarto fallo di Zanon rida fiducia alle venete (46-42 al 32°) ma uno sprazzo di capitan

Gottardi propizia un dieci a zero orange: 46-52 a 4′ dalla sirena. Per l’ennesima volta in

questa stagione le ragazze di Pinotti dimostrano di non avere però l’istinto del killer e

due azioni da 2+1 di Sbrissa (sul quinto fallo di Zanon prima e sul quinto di Calastri poi)

pareggiano i conti a un minuto dal termine. Resta il tempo per una magia di Gottardi

a cui risponde ancora Sbrissa e si va all’overtime.

Il primo supplementare vede abbondare gli errori su ambo i lati e, sul 58-58, servono

altri cinque minuti. Due tiri liberi di Pulvirenti replicati da Frantini danno l’ultimo

vantaggio alla Lops (58-62 al 46°) poi Milano finisce la benzina e anche le lunghe a

disposizione (quinta infrazione di Pastorino). Il pitturato lombardo diventa terra di facile

conquista e San Martino costruisce un parziale finale di 12-0 che chiude la contesa.

 

          Serie A2 Girone A  –  Gara 1 finale play off

 

           Fila – Lops Arredi 70-62 d2ts (13-10 25-22 39-40 54-54 58-58)

 

Fila San Martino: Pegoraro 4, Stoppa 13, Sandri 10, Jagodic 16, Granzotto, Cattapan 12, Sbrissa 12, Aleotti 3, Costacurta n.e., Scappin n.e.

Allenatore: Abignente.

 

Lops Arredi Milano: Stabile 19, Frantini 6, Gottardi 19, Zanon 12, Pastorino, Calastri 2, Lepri 2, Pulvirenti 2, Montuori, Gusmaroli n.e.

Allenatore: Pinotti.

 

Arbitri : Soavi di Casalecchio di Reno (BO) e Venturi di Vergato (BO).

STORICA FINALE

LOPS ARREDI BASKET MILANO-Crema=69-54
Nella sezione “Ultime dal Sanga Mondo” il commento della splendida partita, con l’articolo Cuore e Cervello.

Nel frattempo godetevi questa bella fotogallery di Perrucci…
FOTO GALLERY LOPS MILANO-Crema

Lops Milano-Crema=64-65

Avete presenti quelle frasi fatte tipo “nella pallacanestro la partita non è mai finita”,
oppure “nel basket dieci secondi sono un’eternità” o, meglio ancora, la classicissima
“la palla è rotonda”? Ecco, assommatele tutte e riuscirete a spiegare l’incredibile finale
del match vinto da Crema, grazie ad una straordinaria determinazione, contro Milano.
Ma cominciamo dall’inizio. Le ragazze di Giroldi partono bene (4-0 in un minuto) ma la
Lops Arredi risponde e, con grande calma (la virtù dei forti, in teoria), piano piano
costruisce il +10 dell’intervallo: 28-38.

Al rientro sul parquet ci si aspetta che le ospiti chiudano la questione e invece la
Tec-Mar si riavvicina: 36-40 al 26°. Sei liberi di Zanon (foto) ristabiliscono le distanze
(36-46 un minuto dopo) ma la grinta di Conti e c. non ha limiti e, dal 28° al 36°, arriva
un parzialone di 17-2 che porta dal 38-48 al 55-50. L’accoppiata Gottardi e Zanon non
ci sta: contro parziale di 0-9 e 55-59 a -1.11.

Inizia qui il finale thrilling che merita una cronaca dettagliata. Picotti dalla lunetta fa
57-59 (-1.00), bomba allo scadere dei 24” di Stabile (57-62 a -36”). Due liberi di
Caccialanza (59-62 a -25”), poi il Sanga perde palla e Picotti deposita il 61-62 (-13”).
Fallo su Gottardi che segna il primo e sbaglia il secondo ma Pastorino cattura il rimbalzo e guadagna altri due liberi. Uno su due anche per lei e Giroldi, sul 61-64 a -10”, chiama l’ultimo time out.

Col bonus per entrambe le squadre, la panchina della Lops Arredi decide comunque
di provare a difendere. La tattica riesce solo in parte perchè la tripla del potenziale
pareggio di Caccialanza sembra più un cross che un tiro ma dalla carambola sotto
canestro esce una palla beffarda e comoda per Capoferri che corona la sua ottima
prestazione con qualcosa che, in futuro, potrà raccontare ai nipotini: bomba a segno,
come il libero aggiuntivo per il fallo subito da Frantini e tutto rimandato a gara 3,
domenica alle 18 al Palagiordani.

Serie A2 Girone A – Gara 2 semifinale play off

Tec-Mar Crema – Lops Arredi Milano 65-64 (13-16 28-38 42-48)

Tec-Mar Crema: Conti 10, Capoferri 19, Caccialanza 21, Gibertini 4, Picotti 10, Biasini 1, Sangiovanni, Sforza, Lodi, Losi n.e.
Allenatore: Giroldi.

Lops Arredi Milano: Stabile 14, Frantini 7, Gottardi 13, Calastri 8, Zanon 16, Pastorino 3, Pulvirenti 3, Lepri, Montuori, Falcone n.e.
Allenatore: Pinotti.

Arbitri : Bongiorni di Pisa e Lauretani

Lops Milano-Crema=66-56

Vero clima da playoff in gara uno di semifinale al Palagiordani. Ne viene fuori una

partita bruttina, che non delizia ma tiene in tensione fino al termine il folto pubblico

presente. Pur con l’attenuante del caldo torrido, Milano non gioca un gran match ma

tiene sempre la testa avanti vincendo con merito. Crema, priva della sua

stella Losi, la mette sul pressing e sul fisico, riuscendo a risalire dal -15 del 25° fino al

-2 del 37° ma, alla fine, la maggiore tecnica del Sanga prevale.

La Lops Arredi comincia col piglio giusto (6-0) mentre le ospiti non fanno mai canestro.

Gottardi (foto) e Zanon spingono sull’acceleratore e, al dodicesimo, arriva il  +15, poi

replicato al quarto minuto del secondo tempo. Coach Giroldi riesce comunque a tenere

concentrate le sue ragazze che, all’ultimo mini intervallo, sono ormai in scia delle

orange: 48-42. La corsa di Picotti e c. non si arresta e, a tre minuti e mezzo dalla

sirena, Capoferri sigla il -2 (56-54). Sull’altro lato però Frantini mette subito una tripla

che, unita ai successivi due liberi di Stabile, rimette le cose  a posto: 61 a 54. Le

cremasche non hanno più la forza di reagire e Milano si aggiudica gara uno.

 

          Serie A2 Girone A  –  Gara 1 semifinale play off

 

           Lops Arredi Milano– Tec-Mar Crema 66-56 (19-7 31-19 48-42)

 

Lops Arredi Milano: Stabile 10, Frantini 11, Gottardi 16, Calastri 6, Zanon 17, Pastorino 3, Montuori 2, Lepri 1, Pulvirenti n.e., Falcone n.e.

Allenatore: Pinotti.

 

Tec-Mar Crema: Conti, Capoferri 12, Caccialanza Paola 15, Gibertini 8,       Picotti 9, Sforza 7, Cerri 5, Caccialanza Sara, Rizzi n.e., Lodi n.e.

Allenatore: Giroldi.

 

Arbitri : Bellucci e Solfanelli di Livorno.

Lops Milano vola in semifinale

La Lops Arredi supera Broni in gara tre e raggiunge Crema in semifinale. Il match ha

ricalcato quasi in fotocopia l’andamento di gara 1 ma, questa volta, anche le lunghe in

maglia orange danno un importante contributo, in particolar modo Alessandra Calastri

(foto) che, seppure febbricitante, sfodera la sua miglior prestazione stagionale.

Parte bene il Sanga e, al quinto, Frantini mette il canestro del primo vantaggio in doppia

cifra: 17-7. Il margine rimane invariato per tutto il secondo quarto ma, all’intervallo,

Milano allunga sul 40-26.

Al rientro in campo Broni cerca di reagire con quattro punti firmati Leva e Zandalasini

ma Zanon e Gottardi sono scatenate e confezionano un 10-0 che frustra definitivamente

le velleità delle pavesi: 50-30 al 25°. La partita è sostanzialmente chiusa, anche se

l’orgoglio di Zamelli e Bergante porta le biancoverdi a una mini rimonta: 72-59 al 37°.

Le ospiti non vanno però oltre e Lepri e Frantini archiviano la pratica.

 

          Serie A2 Girone A  –  Gara 3 quarti di finale play off

 

           Lops Arredi Milano– Omc Cignoli Broni 84-66 (25-11 40-26 67-45)

 

Lops Arredi Milano: Stabile 2, Frantini 18, Gottardi 18, Calastri 16, Zanon 17, Lepri 7, Pastorino 6, Pulvirenti, Montuori n.e., Falcone n.e.

Allenatore: Pinotti.

 

Omc Cignoli Broni: Zamelli 15, Surkusa 7, Bergante 17, Leva 2,      Zandalasini 11, Carù 10, Besagni 4, Borghi, Tagliabue, Pellegrino n.e.

Allenatore: Piatti.

 

Arbitri : Satta di Porto Torres (SS) e Benatti di Medolla (MO).

Lops Milano: si va alla Bella

Così vanno i playoff. Dopo una bellissima gara 1 che aveva visto prevalere un’ottima

Lops Arredi su un buon Broni, la gara 2 è tutta un’altra storia. Brutto basket, errori a

non finire e lunghissimi minuti senza l’ombra di un canestro. Ne scaturisce il 51-44

per la Cignoli che ha almeno il merito, tra le due contendenti, di risultare la meno

peggio. E dire che il primo quarto prometteva bene, anche se il 23-19 era stato

confezionato quasi esclusivamente da quattro giocatrici: Zandalasini e Surkusa da una
parte e Gottardi e Frantini (foto) dall’altra.

Parte bene Broni che si porta sul 11-3 in quattro minuti ma Milano reagisce e una tripla

di Stabile ristabilisce la parità: 13-13 al settimo. Le ospiti non riescono mai a mettere la

testa avanti e le pavesi riprovano a fuggire: 31-23 a sei primi dall’intervallo lungo.

La zona di Pinotti blocca l’attacco di casa ma Zanon e c. non ne approfittano più di

tanto: 31-28 al riposo.

Al rientro in campo Stabile porta la Lops a -1 (31-30) ma il sorpasso non arriva e l’Omc

riallunga: 42-34 al 26°. E’ sul 44-37 che inizia un ultimo quarto tanto brutto quanto

avvincente: il Sanga arriva a -2 (46-44) quando alla sirena manca 2’15” ma non ha la

forza per andare oltre e le padrone di casa vincono meritatamente rimandando l’esito

finale della serie a gara 3:
Mercoledì 10 aprile alle ore 20.30 al Pala Giordani di Via Cambini 4 a Milano.

 

          Serie A2 Girone A  –  Gara 2 quarti di finale play off

 

           Omc Cignoli Broni – Lops Arredi Milano 51-44 (23-19 31-28 44-37)

 

Omc Cignoli Broni: Zamelli 8, Surkusa 11, Bergante 6, Leva 2, Zandalasini 17, Carù 5, Besagni 2, Borghi, Tagliabue, Pellegrino n.e.

Allenatore: Piatti.

 

Lops Arredi Milano: Stabile 7, Frantini 10, Gottardi 12, Pastorino 5, Zanon 6, Calastri 2, Lepri 2, Pulvirenti, Montuori n.e., Falcone n.e.

Allenatore: Pinotti.

 

Arbitri : Canazza di Solesino (PD) e Gagno di Spresiano (TV).

LOPS MILANO Buona la Prima

La pausa pasquale fa bene alla Lops Arredi, che supera Broni in gara uno dei quarti di

finale play off, sfoderando una delle migliori prestazioni stagionali. Sono soprattutto

le esterne a fare la differenza ma anche la panchina da il suo contributo, in particolar

modo Lepri (foto) con undici punti, otto rimbalzi  e una buona applicazione difensiva su

una Zandalasini apparsa, a tratti, incontenibile.

Partono bene le padrone di casa e all’ottavo arriva il primo vantaggio in doppia cifra:

20-9. Le percentuali al tiro di Stabile e c. sono mostruose ma anche le ospiti non

sfigurano (finirà con il 43% totale contro il 41) pur non riuscendo mai a rimettere

davvero in discussione il risultato finale. All’intervallo si va con il punteggio “maschile”

di 48-34. Il terzo quarto non modifica la sostanza (60-47) e l’ultima frazione è pura

accademia, anche se Broni ha il merito di non mollare contenendo il punteggio in

termini numerici accettabili. Appuntamento a gara 2 (domenica ore 18) sul campo

pavese dove ci vorrà la stessa concentrazione, in casa Sanga, per chiudere i conti.

Serie A2 Girone A  –  Gara 1 quarti di finale play off

 

Lops Arredi Milano– Omc Cignoli Broni 82-66 (28-16 48-34 60-47)

 

Lops Arredi Milano: Stabile 20, Frantini 17, Gottardi 20, Pastorino, Zanon 8, Lepri 11, Calastri 4, Pulvirenti 2, Montuori, Falcone.

Allenatore: Pinotti.

 

Omc Cignoli Broni: Zamelli 15, Surkusa 14, Borghi, Tagliabue 4,      Zandalasini 21, Besagni 6, Bergante 2, Leva 2, Pellegrino 2, Carù n.e.

Allenatore: Piatti.

 

Arbitri : Guida e Giacaloni di Trapani.

Lops Arredi Sconfitta a San Martino

San Martino di Lupari , 23 marzo 2013.

La Lops Arredi cade malamente a San Martino e conclude al terzo posto la stagione

regolare. Le padrone di casa hanno sfoderato una prestazione perfetta, riuscendo ad

imporre un ritmo forsennato dall’inizio alla fine che ha finito per sfiancare le malcapitate

“orange”.

Coach Abignente ha comandato un pressing a tutto campo asfissiante per almeno

trentacinque minuti, riuscendo spesso a far commettere alle avversarie l’infrazione di

otto secondi. Milano paga però la cattiva condizione fisica di quasi tutto il quintetto base

che, da due settimane a questa parte, non riesce quasi mai ad allenarsi con la giusta

intensità.

L’inizio è tutto per le “lupe” che, pur sbagliando molto in attacco, si portano sul 8-0 in

quattro minuti. Il Sanga ha comunque il merito di reagire e, con un parziale di 2-15,

sorpassa (10-15 all’ottavo) e chiude avanti il quarto: 14-16.

Nel secondo minitempo le ospiti si bloccano però sul lato offensivo e, pur se le venete

continuano a non capitalizzare al meglio, vanno all’intervallo sotto per 27-20.

Al rientro in campo la Lops prova a stare in partita (29-25) ma incassa un micidiale

10-0 che segna irrimediabilmente il match: 39-25 al 15°. Manca ancora molto tempo

alla sirena ma Milano non c’è più, anche coach Pinotti alza bandiera bianca inserendo le

giovani e le venete allungano fino al 69-42 finale.

          Serie A2 Girone A  –  Tredicesima giornata ritorno

 

Fila San Martino di Lupari–Lops Arredi Milano 69-42(14-16 27-20 48-31)

 

Fila San  Martino di Lupari: Pegoraro 7, Cattapan 12, Stoppa 13, Jagodic 12,

Sbrissa 12, Aleotti 7, Sandri 6, Costacurta, Granzotto, Carlan.

Allenatore: Abignente.

 

Lops Arredi Milano: Stabile 7, Frantini 12, Gottardi 9, Pastorino,

Zanon 8, Lepri 2, Calastri 4, Pulvirenti, Montuori, Falcone.

Allenatore: Pinotti.

 

Arbitri : Battista di Reggello (FI) e Bongiorni di Pisa.

Lops Milano-Leoni Orsenigo=0-3

Milano , 17 marzo 2013.

L’ufficio stampa della Lops Arredi Basket Milano comunica di non voler

commentare la partita in oggetto, dall’esito finale peraltro ininfluente (se non dal lato

morale) sulla classifica di chi ha vinto e limitatamente dannoso su quella di chi ha perso.

Fatti i doverosi e meritati complimenti a Biassono, uniti a un sincero “in bocca al lupo”

per il prosieguo della stagione, ci permettiamo solo di snocciolare alcuni dati numerici

che, proprio perchè tali, sono difficilmente confutabili.

Tre volte il sig. Leoni Orsenigo ha arbitrato la Lops Arredi in questa stagione,

combacianti con le uniche tre sconfitte casalinghe: una contro la capolista Venezia e le

altre contro le ultime due squadre in classifica.

Seconda giornata di andata: vittoria di Venezia 59-55. 27 minuti giocati per Zanon e

uscita per 5 falli.

Nona di andata: vince Cremona 59 a 57. Zanon in campo 26 minuti prima di uscire per

raggiunto limite di falli. Tecnico alla panchina. Doppio antisportivo a Stabile con

conseguente espulsione al 31° (27 minuti giocati).

Dodicesima di ritorno: Biassono espugna il Palagiordani 63-55. Soliti 5 falli per Zanon

(esce al 37° per un totale di 22 giocati). Tecnico alla panchina.

E’ importante segnalare anche che la maggior parte delle infrazioni fischiate alla

giocatrice avvengono in zona d’attacco.

A supporto di quanto da noi sostenuto, ovviamente è possibile consultare i video delle

sopracitate partite in rete.

Pur essendo consapevole che tre indizi non fanno necessariamente una prova, la società

informa che, contestualmente al presente comunicato, avverrà conseguente

segnalazione agli organi competenti.

Ufficio Stampa Lops Arredi Basket Milano

 

 

          Serie A2 Girone A  –  Dodicesima giornata ritorno

 

           Lops Arredi Milano– Basket Biassono 55-63 (19-21 38-35 45-49)

 

Lops Arredi Milano: Stabile 6, Frantini 9, Gottardi 12, Pastorino 3, Zanon 15, Lepri 6, Montuori 4, Calastri, Pulvirenti n.e., Bettinaldi n.e.

Allenatore: Pinotti.

 

Basket Biassono: Canova 8, Brioschi 16, Colombo 5, Fumagalli 4, Castorani 18, Gargantini 10, Giorgi 2, Tettamanzi n.e., Iasenza n.e, Sallustio n.e.

Allenatore: Fassina Stefano.

 

Arbitri : Spinelli di Pavia e Leoni Orsenigo di Cantù (CO).

Arriva Biassono

Arrivano le cugine di Biassono, forti dell’ultima partita vinta in casa contro una irriconoscibile Selargius.
Castorani è il nuovo acquisto con punti nelle mani. Il derby è sempre una partita insidiosa, dovremo prepararci come sempre in modo particolare e giocare con la massima attenzione e determinazione. Non vogliamo nessuna sorpresa, per andarci a giocare sabato prossimo in casa di S. Martino di Lupari la possibilità di un risultato storico.

E’ uscito il nuovo PINK BASKET del 13 marzo che commenta il pieno di vittorie nel giovanile, la venuta degli Harlem Globetrotters al Pala Giordani dell’8 marzo e la prossima partita della serie A che si giocherà

DOMENICA 17 MARZO ALLE ORE 18.00
PALA GIORDANI DI VIA CAMBINI 4 A MILANO

FORZA LOPS ARREDI BASKET MILANO

Aggancio e Sorpasso

Marghera , 9 marzo 2013.

La Lops Arredi salta anche l’ostacolo Marghera e, approfittando dell’inaspettato stop
di San Martino contro Muggia, aggancia le padovane al secondo posto, superandole
virtualmente grazie allo scontro diretto favorevole.
Buonissimo lo stato di forma delle milanesi, giunte alla nona vittoria consecutiva.
Marghera parte forte (6-0 in un minuto e mezzo) ma le ospiti non si spazientiscono e,
trascinate dalla coppia Zanon e Gottardi, sorpassano sul finire della prima
mini frazione: 10-13. Nel secondo quarto sono Stabile e Lepri (foto) a trovare con
facilità la via del canestro e si va all’intervallo con un rassicurante 27-41.
Al rientro in campo le padrone di casa provano a rimontare ma non riescono a scendere
sotto la doppia cifra di scarto (36-46 al 26°), mentre uno sprazzo di Frantini nei
successivi quattro minuti confeziona un parziale di undici a zero che da il massimo
vantaggio al Sanga: 36-57 al 30°.
Quando mancano sei minuti alla sirena il margine è invariato (40-61), Milano si rilassa
un po’ e permette all’orgoglio delle venete di fissare il punteggio finale sul 50-63.

Serie A2 Girone A – Undicesima giornata ritorno

Sernavimar Marghera – Lops Arredi Milano 50-63 (10-13 27-41 36-57)

Sernavimar Marghera: Innocenti 4, Georgieva 15, Fabris 10, Ferri 10,
Romagnoli 4, Savelli 4, Borsetto 3, Castria n.e., Trevisanello n.e., Brunelli n.e.
Allenatore: Iurlaro.

Lops Arredi Milano: Stabile 14, Frantini 11, Gottardi 12, Pastorino 3,
Zanon 12, Lepri 7, Calastri 4, Pulvirenti n.e., Montuori n.e., Bettinaldi n.e.
Allenatore: Pinotti.

Arbitri : Soriano di Nogara (VR) e Chiodi di Teolo (PD).